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ESCLUSIVA MONDIALE! Il vero volto di DANTE ALIGHIERI, era bello.

dante-alighieri-voltoAlcuni anni fa  una discendente Francese dei Merovingi lasciò una cospicua eredità al suo maggiordomo Egiziano, tra i tanti beni ereditati vi era una tavola risalente al 1470 su cui era stato incollato un affresco del trecento raffigurante un bel giovane con addosso la classica tunica che indossa Dante Alighieri nelle sue rappresentazioni delle varie epoche. Come dobbiamo immaginarci l’autore della Divina Commedia.  Qual era il suo vero   DANTE ALIGHIERI in foto            volto?

Come infatti non conosciamo la sua scrittura, non possedendo neanche un suo autografo, tutto ciò che sappiamo del suo viso ci giunge da ritratti di seconda mano, in particolare quello di Boccaccio, che ce lo descrive così: Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccoli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato».I ritratti successivi dei pittori si sono per gran parte ispirati a questo, spesso però esagerando i particolari fino a forme quasi caricaturali. Il primo ritratto pittorico, invece, è quello di scuola giottesca al Palazzo del Bargello di Firenze.

Mentre Boccaccio, che non aveva conosciuto personalmente Dante, aveva tuttavia “intervistato” molti che lo avevano incontrato, il ritratto del Bargello può avvicinarsi al volto originale soprattutto se lo ha abbozzato Giotto in persona (che lo vide personalmente), il che non si sa quanto sia probabile.

Qualche anno fa al Laboratorio di realtà virtuale nella sede di Forlì della Facoltà di ingegneria dell’Università di Bologna, sotto la guida del prof. Gruppioni, si è ricostruito quello che dovrebbe essere il vero volto di Dante, e la sorpresa non è stata poca: ne è risultato un viso non come quello dei ritratti usuali. Le mascelle risulterebbero senza il mento da strega di Benevento dei ritratti più diffusi. Il naso prominente, in realtà col setto nasale deviato .Come dobbiamo immaginarci l’autore della Divina Commedia? Qual era il suo vero volto? .Come infatti non conosciamo la sua scrittura, non possedendo neanche un suo autografo, tutto ciò che sappiamo del suo viso ci giunge da ritratti di seconda mano, in particolare quello di Boccaccio, che ce lo descrive così: -Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccoli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato-.

I ritratti successivi dei pittori si sono per gran parte ispirati a questo, spesso però esagerando i particolari fino a forme quasi caricaturali. Il primo ritratto pittorico, invece, è quello di scuola giottesca al Palazzo del Bargello di Firenze. Mentre Boccaccio, che non aveva conosciuto personalmente Dante, aveva tuttavia “intervistato” molti che lo avevano incontrato, il ritratto del Bargello può avvicinarsi al volto originale soprattutto se lo ha abbozzato Giotto in persona (che lo vide personalmente), il che non si sa quanto sia probabile.
Come sono arrivati Gruppioni & soci a restituirci quello che secondo loro sarebbe il volto di Dante? Si sono basati sugli studi di Fabio Frassetto, antropologo dell’Università di Bologna che, in occasione del sesto centenario della morte del poeta (1921), aveva effettuato rilievi sulle sue ossa, conservate a Ravenna. Dal calco del calvario (la mandibola è andata perduta), ricostruito sulla base delle sue misurazioni dallo stesso Frassetto, Gruppioni ha realizzato un modello completo del cranio di Dante. E Francesco Mallegni dell’università di Pisa, esperto nella ricostruzione facciale, ha utilizzato il modello per realizzare un fac-simile del probabile volto di Dante.

È attendibile questa ricostruzione? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe riaprire la tomba, e datare le ossa di Dante, che erano sparite nel 1509 e furono casualmente ritrovate solo nel 1865, durante lavori di restauro del vecchio sepolcro. Se le ossa sono trecentesche (e non si tratta di una bufala ottocentesca), Dante somigliava ai ritratto che vedete sopra all’età all’incirca di trent’anni. La tavola che lo riproduce giovane e bello risale ad un affresco del 1309.

A questo punto, se la notizia è attendibile, si colloca con le maggiori probabilità di verosimiglianza il viaggio a Parigi di cui parlano Giovanni Villani e Boccaccio,  (“se n’andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della filosofia e della teologia”): dopo la caduta delle aspettative riguardo a Firenze (e comunque almeno dopo l’inizio della composizione del Convivio, che parla solo di peregrinazioni per l’Italia e non per paesi stranieri) e prima del sorgere delle nuove speranze legate a Enrico VII.

Del soggiorno parigino, e soprattutto di una qualche forma di frequentazione del locale ambiente universitario, resterebbe traccia nella menzione del “Vico de li Strami” (cioè rue de la Fouarre, dove si esercitava l’insegnamento delle Arti) . Ma si può ipotizzare che in realtà, come altri fuorusciti, abbia trovato riparo ad Avigno.

 

Updated: 9 dicembre 2016 — 7:46
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